Outgrow

/aʊtˈɡrəʊ/ 1. Diventare più grande o più alto di qualcosa. 2. Smettere di fare qualcosa quando si matura.

Si dice di cose, persone e idee che non ci calzano più bene, quando un tempo invece ci stavano alla perfezione. Per i bambini si tratta di magliette e scarpe, per gli adulti di relazioni e lavori. Considerare la parola, sapere esprimere il concetto, è già una pratica liberatoria. In inglese bastano due sillabe.

All’inizio, la sensazione emerge come dilemma che disorienta: come mai quello che prima avevo desiderato o che mi era così familiare, adesso mi va stretto, mi soffoca o mi annoia? Può sembrare un voltafaccia verso ciò che in fondo avevamo voluto, o una forma di slealtà. Ma non si tratta di rinnegamento, solo di crescita, abbiamo incorporato un’esperienza. È un sollievo arrendersi al cambiamento. Siamo diventati più grandi dell’ambiente o la persona che ci stanno attorno. Bisogna fare un passo fuori, “out”, in un simbolico viaggio nell’ignoto tanto terrificante quanto esaltante.

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Thank

θaŋk/ 1. Esprimere gratitudine a qualcuno 2. Ironicamente, per biasimare qualcuno per la responsabilità di un atto

Thank si è evoluto foneticamente da think nello stesso modo in cui song trova origine in sing. Ringraziare tra i rudi anglo-sassoni era un atto poetico: ritrovare qualcuno tra i propri pensieri e donaglierli. Il nostro grazie ha un’altra storia, di riconoscenza e restituzione simbolica, che in inglese trova forma nella parola di derivazione latina grateful, dove c’è l’ammissione di un debito e di un obbligo, ma non necessariamente il pensiero.

Vorrei salvare questa parola dalla mera cortesia, dal sarcasmo, dai convenevoli, e ridarle il dovuto peso come gesto poetico di civiltà, perchè se non sai dire grazie non posso avere con te un dialogo autentico. Per me, migliaia di anni dopo, thank you–di quelli detti guardandosi negli occhi–resta ancora al centro delle relazioni umane; è una parola che mi commuove.

Worlds apart

/wəːld/ 1. La Terra 2. Una particolare regione o insieme di paesi 3. L’interazione umana a sociale 4. Un altro pianeta come la Terra. /əˈpɑːt/ 1. Separati da una specifica distanza nel tempo o nello spazio 2. In frantumi, diviso in molti pezzi.

Di individui che abitano in due mondi lontani l’uno dall’altro, ovvero, in italiano, agli antipodi. La distanza interpersonale che nella nostra lingua è terrestre, in inglese è galattica.

E in effetti il distacco che sento da alcune persone che incontro, rincontro o in cui inciampo anche per un momento mi sembra siderale. Con questa metafora, la lingua inglese riconosce questa sensazione di estraneità assoluta: quello che è in un altro mondo non mi è soltanto sconosciuto, ma alieno.

Synchronicity

/ˌsɪŋkrəˈnɪsɪti/ 1. il simultaneo verificarsi di eventi collegati che non hanno alcun rapporto di causa tra di loro. 2. Il fatto di essere sincronico.

Una coincidenza che svela la rete di significati nascosti che regola il mondo. Jung passò un sacco di tempo a catalogare episodi che collegavano misteriosamente una persona a un altra, a loro insaputa, ed entrambe a una realtà trascendentale di cui conosciamo ben poco. Negli anni, lo psicologo compilò un repertorio incredibile e alla volta autentico.

Del resto, l’incontro d’amore, che avviene sempre un po’ per caso, non è forse una manifestazione di sincronicità?

Ma c’è un’altra accezione, legata a quelle volte in cui mi sono sentito ‘out of synch’ con me stesso: quando quello che fai, che dici, che vivi, non è del tutto allineato a quello che vuoi fare, dire e vivere. La coincidenza rivela allora il ponte tra due mondi, interiore ed esteriore, che possono combaciare; caso, scelta e destino si incontrano in un punto di fuga verso cui siamo misteriosamente attratti.

Minus

/mʌɪnəs/ 1. Con la sottrazione di; che manca di, privato di; 2. Sotto lo zero di 3. Svantaggio.

Hai una vita soddisfacente. Un lavoro di responsabilità, manageriale. Una casa in città e una multiproprietà a Cortina. I tuoi figli vanno bene a scuola e il tuo matrimonio, al contrario di quello di tanti altri, è perfettamente solido. Torni a casa dall’ufficio e quando accendi Netflix non hai altro a cui pensare. Minus.

Minus l’ansia che ti opprime. Non sai esattamente da dove viene. È comparsa una decina d’anni fa e ti fa visita di notte, sempre più spesso; di giorno non ci pensi, hai troppo da fare, ma alle quattro del mattino, nel tuo letto, sudi. Minus. Tranne che. Tranne che la multiproprietà è anche una gabbia. Ti piace vedere la reazione dei colleghi quando dici che vai in montagna, quasi nessuno di loro scia, a parte il tuo capo, ma quando su Facebook vedi chi va sugli altipiani incontaminati della Scozia o nei mercati caotici di Marrakesh, ti ricordi che il mondo è vasto, che a volte è meglio non possedere niente, ed essere di passaggio.

Tranne che i tuoi figli non li conosci più davvero. Quando erano piccoli avevano bisogno di te, ma da adolescenti sembrano avere la loro vita e gli fa schifo la tua. Non sembrano neanche i tuoi di figli. Caterina frequenta ragazzi che non ti piacciono e dice che a diciott’anni vuole andare in Palestina. Francesco insiste con i corsi di scrittura creativa. Ma dove ti portano quelli nella vita?

Minus il fatto che tua moglie non ti desidera. A letto si gira dall’altra parte. Si è rotto qualcosa quella volta in cui accettato di espandere il tuo portfolio di clienti (come potevi dire di no) e hai dovuto cancellare il viaggio del vostro anniversario. Sei andato invece per tre giorni a Zurigo e poi hai avuto una promozione. O forse c’era già qualcosa di incrinato da prima? Adesso Grazia ha una sera a settimana in cui esce da sola con le amiche, dice che è un rituale ormai, e che comunque parlano di cose di femmine. Ma non ti racconta mai niente.

Minus che di Netflix e delle sue serie ti sei anche rotto le palle. Spesso hai un occhio sullo schermo e uno su Whatsapp. Hai preso dagli scaffali uno dei libri che legge tuo figlio e ti sei addormentato. Sei sempre in debito di sonno. Sei sempre stanco. Ti senti sotto terra. Sottozero. Stai invecchiando. Hai un ruga in mezzo alla fronte che è diventata un solco. Vorresti parlarne con qualcuno. Con un amico. O meglio, con un perfetto sconosciuto. Ma cosa dire? Non c’è nulla che non va, hai una vita soddisfacente. Tranne che.

Homecoming

La sensazione avvolgente e improvvisa di ritornare al luogo o alla persona con cui siamo pienamente noi stessi. Il viaggio o l’incontro che ci riunisce con quello che siamo.

 

Per una precedente definizione vedi qui.