Withness

L’aggiunta, naturalmente solo per un fugace momento, del segno algebrico ‘più’ nella tua vita. L’istante in cui si fa la considerazione, serissima, che non si è uno, ma due. La circostanza del ‘con’. Prendi Truman Capote, He knew now, and it was not a giggle or a sudden white-hot word; only two people with each other in withness” (Other Voices, Other Rooms). Un’acca lontana da testimone, il witness, per definizione colui che osserva un fatto da una distanza di sicurezza, senza troppo coinvolgimento, withness indica invece l’autentica e trasparente condivisione con un altro essere umano — non una risatina, o un’improvvisa espressione abbacinante.

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Regret

Rimorso e rimpianto: la lingua inglese unisce in una sola parola quello che l’italiano sdoppia. In effetti, entrano in gioco aspetti collegati del nostro passato: quello che è stato e che adesso rifiutiamo e quello che non abbiamo perseguito e che ora ci piacerebbe. L’inglese non fa altro che ricordarci che essi hanno la stessa matrice, sfaccettature di quel Gran Canyon interiore che è il senso di colpa.

Eppure non sono, per me, equivalenti. Gli psicologi parlano di effetto Zeigarnik per spiegare l’innata tendenza a ricordare meglio ciò che non si è portato a termine. In altre parole, il rimpianto brucia di più e più a lungo, a volte una vita intera.

Uncanny

Ciò che ti era familiare e adesso ti sembra estraneo. O viceversa. Nello spazio tra queste due sensazioni, opposte eppure coesistenti, si manifesta l’uncanny, uno spaesamento che sovverte la naturale intellegibilità delle cose.

Esso perturba la nostra relazione con la realtà, che di solito viviamo in modo binario—o questo o quello—e dunque Freud lo catalogava come una neurosi. Eppure mi pare che l’uncanny sia solo una sfaccettatura di un vissuto che si evolve e che distanzia da quello che ti era una volta intimo, creando nuovi legami con cose, luoghi e persone. Preferisco allora André Breton che vedeva in esso una dimensione surrealista,  da visualizzare con arte il cui significato rimane incerto ma che ci espone all’inevitabile ambivalenza della realtà.

Mundane

Di questo mondo. Le azioni, i gesti, i compiti ordinari, comuni e all’apparenza insignificanti a cui dedichiamo la maggior parte della nostra vita. In origine in contrapposizione a ciò che appartiene all’ordine spirituale e metafisico: la preghiera, la contemplazione, la speculazione, che ci attirano piuttosto verso un livello più elevato, al quale dovremmo aspirare. (Dunque l’inglese ha sviluppato da una radice comune, mundus, una parola del tutto diversa dall’italiano mondano: a mundane life è l’opposto di una vita mondana.)

Ho imparato da Pablo Neruda che l’ordine di importanza che diamo a quello che facciamo è forse da invertire. La sua Ode alle cose elogia forbici, vasi da fiori, bicchieri e bottoni e la nostra ordinaria relazione con tali oggetti. Dunque negli interstizi semantici di mundane vedo questo: è nei gesti quotidiani — scegliere gli ingredienti per un pasto, cercare online una cosa che mi incuriosisce, stirarmi la camicia prima di andare a una riunione, aspettare mia figlia da scuola — che si cela la poesia della nostra esistenza. Gratta via la patina della materialità del vissuto e trovi il significato e la bellezza di quello che siamo: esseri del tutto comuni che si arrabattano con ostinazione a vivere giorno dopo giorno, in questo mondo.

Gay

My nine-year-old daughter persistently confuses the words ‘gay’ and ‘happy’, as in, “Did you know it’s illegal to be happy in Libya?” — Andrew Solomon (2017)